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20

Fabrizio De André - Album
2001: Ed Avevamo Gli Occhi Troppo Belli



Postumo. Discorsi, brano live e brano inedito
 

Elogio Della Solitudine
Prinçesa E I Rom
Al Fianco Degli Indiani
Se Ti Tagliassero A Pezzetti
Ai Figli Della Luna
Le Maggioranze
Un Discorso Sulla Libertà
I Carbonari

Nota: CD allegato alla rivista "A".

Elogio Della Solitudine (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Palaverde di Villorba, Treviso, 23 marzo 1997)
Grazie. Buonasera a tutti.
Stiamo facendo del nostro meglio per eseguire dal vivo le canzoni di quest'ultimo album che si chiama "Anime Salve", scritto con Ivano Fossati, e che trae il suo significato dall'origine... dall'etimologia delle due parole "anime salve": vuol dire "spiriti solitari".
E' una specie di elogio della solitudine. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati, non se la può permettere il politico: il politico solitario è un politico fottuto, di solito.
Però, sostanzialmente, quando si può rimanere soli con se stessi, io credo che si riesca ad avere più facilmente contatto con il circostante... Il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l'universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo, fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante, si riesce a pensare meglio ai propri problemi, credo addirittura che si riescano a trovare anche delle migliori soluzioni. E siccome siamo simili ai nostri simili, credo che si possano trovare soluzioni anche per gli altri.
Con questo non voglio fare nessun panegirico nè dell'anacoretismo o del romitaggio: non è che si debba fare gli eremiti o gli anacoreti, è che ho constatato attraverso la mia esperienza di vita... ed è stata una vita, non è che dimostro di aver la mia età attraverso la carta d'identità, credo di averla vissuta... mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l'uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura: ecco, semplicemente questo. Poi si potrebbe parlare a lungo di... di queste... [applausi].

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Prinçesa E I Rom (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Teatro Brancaccio di Roma, 14 febbraio 1998)
E' un... è un disco che ha come... come tema fondamentale quello della solitudine. Una solitudine che deriva da emarginazione, il più delle volte (a meno che uno non se la voglia scegliere volontariamente), una emarginazione che trae origine da comportamenti desueti e diversi da quelli della... della maggioranza degli esseri umani. E ciò deriva dal fatto che certe persone nascono, per curiosi casi del destino (in qualche misura si potrebbero addirittura chiamare scherzi della natura)... un individuo nasce maschio e ha dei sentimenti e direi una spiritualità completamente femminile. Quest'individuo viene iscritto all'anagrafe in quanto maschio e di lì comincia una slavina di difficoltà, di tormenti, di sensi di colpa... di dolori, in fine dei conti.
E' il caso di Prinçesa e delle molte Prinçese che convivono in mezzo a noi.
Ma emarginazioni dovute anche a comportamenti desueti e diversi, dovute all'eredità di culture millenarie che certi popoli si portano dietro e a cui non hanno alcuna intenzione di rinunciare.
E' il caso del popolo Rom, quello che noi volgarmente chiamiamo "zingari", prendendo a prestito il termine da Erodoto che li chiamava "zingànoi"... diceva che venivano... che erano un popolo che veniva dal Sud-Est asiatico e dall'India, che parlavano una strana lingua (che poi si è scoperto essere il sanscrito) e che facevano come mestiere, se mestiere lo si può considerare, quello del mago e dell'indovino. E' quindi un popolo che gira il mondo da più di duemila anni, afflitto o affetto (io non so come... come meglio dire, ma forse semplicemente affetto) da quella che gli psicologi chiamano "dromomania", cioè la mania dello spostamento continuo, del viaggiare, del non fermarsi mai in un posto.
E' un popolo, secondo me, che meriterebbe per il fatto stesso che gira il mondo appunto da circa duemila anni senza armi, meriterebbe il premio per la pace in quanto popolo. Purtroppo i nostri storici, e non soltanto i nostri, preferiscono considerare i popoli non soltanto in quanto tali, ma in quanto organizzati in nazioni se non addirittura in stato.
E si sa che i Rom, non possedendo territorio, non possono considerarsi nè una nazione nè uno stato.
Mi si dirà che gli zingari rubano: è vero, hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano però dell'oro e delle palanche, l'argento per esempio non lo toccano perché secondo loro porta male, lascia il nero. Quindi vi accorgete subito se siete stati derubati da degli zingari. D'altra parte si difendono come possono, si sa bene che l'industria ha fatto chiudere diversi mercati artigianali. Buona parte dei Rom erano e sono ancora artigiani, lavoratori di metalli (in special modo del rame), addestratori di cavalli e giostrai, tutti mestieri che purtroppo sono caduti in disuso.
Gli zingari rubano, è vero, però io non ho mai sentito dire, non ho mai visto scritto da nessuna parte che gli zingari abbiano rubato tramite banca e questo a me pare che sia un dato di fatto. [applausi].

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Al Fianco Degli Indiani (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Piazza degli Scacchi di Marostica, Vicenza, 13 settembre 1991)
La terza canzone, sempre della stessa serie "vogliamoci bene", invece è un tentativo di sterminio, questa volta purtroppo riuscito quasi fino in fondo. Sto parlando degli Indiani d'America. Piccolo massacro dopo piccolo massacro, insomma, sono riusciti quasi a sterminarli tutti quanti: i pochi che sono rimasti sono nelle riserve, in condizioni abbastanza vergognose.
La canzone si chiama "Sand Creek" e si riferisce ad uno di quei piccoli massacri, dove un gentiluomo (un certo colonnello Chewington), con un'accozzaglia di ubriaconi, neanche vestiti da soldati, riuscirono a far fuori una cinquantina di vecchi e bambini, perché i guerrieri nel frattempo erano andati a caccia del bisonte.
Non la vorrei fare tanto lunga, anche perché io riesco ad esternare meglio attraverso le canzoni che non attraverso le chiacchiere... [applausi]
Voglio soltanto dire, però, che la sera del 12 ottobre del 1992 non starò certo a brindare al centenario... al cinquecentenario della scoperta dell'America... [applauso]
Anche perché desidero ribadire, ricordare, che non si trattò di una scoperta: caso mai di una riscoperta, perché quando Cristoforo Colombo, con il solito cappello fluente, occhio sognante e piede... sicuramente fetente... sbarcò sull'Isola di San Domingo, c'erano... c'era una popolazione, c'erano quelli che sarebbero poi stati chiamati i Domenicani, ed erano lì da circa venti o trentamila anni: avevano attraversato lo Stretto di Bering insieme a tutti quanti gli altri che sarebbero stati poi chiamati a loro volta "Indiani".
Quindi, la sera del 12 ottobre 1992, almeno per quanto mi riguarda, starò vicino agli Indiani e ricorderò insieme a loro quello che loro considerano il giorno del più grave lutto nazionale. [applausi e "Fabrizio... sei un mito!"].

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Se Ti Tagliassero A Pezzetti (Rivista "A"; Live 1991, mai pubblicata in precedenza)
(Testo e Musica: Fabrizio De André e Massimo Bubola. Arena Civica di Milano, 16 settembre 1991)
Se ti tagliassero a pezzetti,
il vento li raccoglierebbe,
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di un Dio,
di un Dio il sorriso.
Ti ho trovata lungo il fiume
che suonavi una foglia di fiore,
che cantavi parole leggere, parole d'amore;
ho assaggiato le tue labbra di miele rosso rosso,
ti ho detto "dammi quello che vuoi, io quel che posso".
Rosa gialla, rosa di rame,
mai ballato così a lungo
sopra il filo della notte, sulle pietre del giorno;
io suonatore di chitarra, io suonatore di mandolino,
alla fine siamo caduti sopra il fieno.
Persa per molto, persa per poco,
preso sul serio, preso per gioco,
non c'è stato molto da dire o da pensare,
la fortuna sorrideva come uno stagno a primavera,
spettinata da tutti i venti della sera.
E adesso aspetterò domani per avere nostalgia,
signora Libertà, signorina Anarchia,
così preziosa come il vino, così gratis come la tristezza,
con la tua nuvola di dubbi e di bellezza.
Ti ho incrociata alla stazione
che inseguivi il tuo profumo,
presa in trappola da un tailleur grigio fumo,
i giornali in una mano e nell'altra il tuo destino,
camminavi fianco a fianco al tuo assassino.
Ma se ti tagliassero a pezzetti,
il vento li raccoglierebbe,
il regno dei ragni cucirebbe la pelle
e la luna, la luna tesserebbe i capelli e il viso
e il polline di un Dio,
di un Dio il sorriso.

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Ai Figli Della Luna (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Teatro Smeraldo di Milano, 18 settembre 1992)
No, questa canzone la dedichiamo ai... a quelli che Platone chiamava in modo addirittura poetico, i "figli della luna": quelle persone che noi continuiamo a chiamare "gay", oppure, con una strana forma di compiacimento, "diversi" [applauso] se non addirittura "culi".
Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene. [applausi].

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Le Maggioranze (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Palaverde di Villorba, Treviso, 23 marzo 1997)
L'ultima... l'ultima canzone dell'album è una specie di riassunto dell'album stesso, è una preghiera, una sorta di invocazione: un'invocazione ad un'entità parentale, come se fosse una mamma, un papà, molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così, potentissime come una divinità: le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, le chiamiamo Madonna. In questo caso l'invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subìto le minoranze da parte della maggioranze.
Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi, dire: "siamo seicento milioni" - "siamo un miliardo e duecento milioni", e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di essere... di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l'invocazione, si chiama "smisurata" proprio perché è fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi... ci proviamo lo stesso. [ovazione e applausi].

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Un Discorso Sulla Libertà (Rivista "A")
(Fabrizio De André. Teatro Brancaccio di Roma, 14 febbraio 1998)
E dunque, detto così, raccontato così, il disco sembrerebbe incentrarsi soltanto sul problema delle minoranze emarginate e credo che sia riduttivo considerarlo così.
Credo che queste persone singole o questi gruppi di persone, proprio difendendo il loro diritto ad assomigliare a se stessi in fondo senza fare del male a nessuno, difendono in fin dei conti la loro libertà.
Quindi io credo che "Anime Salve" sia soprattutto un discorso sulla libertà. Grazie. [applausi].

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I Carbonari (Rivista "A")
(Testo e musica: Armando Trovajoli e Giorgio Calabrese, colonna sonora di "Nell'Anno Del Signore" di Luigi Magni.
Interpretata da Fabrizio De André. Palasport Evangelisti di Perugia, 12 aprile 1997)

La bella che è addormentata
lalalà, lalalà, lalalà
ha un nome che fa paura:
libertà, libertà, libertà.
La bella che è addormentata
lalalà, lalalà, lalalà
ha un nome che fa paura:
libertà, libertà, libertà.

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