Chi sono
Il mio libro
Blog
Luna
Lucky
Siti e gestionali
Fotografie
Video
Mantova Calcio
Cantautori
Scrittori
Altro
Contattami

20

Fabrizio De André - Album
1971: Non Al Denaro Non All'Amore Nè Al Cielo

 

La Collina
Un Matto
Un Giudice
Un Blasfemo
Un Malato Di Cuore
Un Medico
Un Chimico
Un Ottico
Il Suonatore Jones

Nota: liberamente tratto dall'Antologia Di Spoon River Di Edgar Lee Masters.

La Collina
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Dove se n'è andato Elmer,
che di febbre si lasciò morire?
Dov'è Herman, bruciato in miniera?
Dove sono Bert e Tom,
il primo ucciso in una rissa
e l'altro che uscì già morto di galera?
E cosa ne sarà di Charley
che cadde mentre lavorava
e dal ponte volò, volò sulla strada?
Dormono, dormono sulla collina;
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono Ella e Kate,
morte entrambe per errore,
una di aborto, l'altra d'amore?
E Maggie, uccisa in un bordello
dalle carezze d'un animale?
E Edith, consumata da uno strano male?
E Lizzie, che inseguì la vita
lontano e dall'Inghilterra
fu riportata in questo palmo di terra?
Dormono, dormono sulla collina;
dormono, dormono sulla collina.
Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto?
Dove i figli della guerra,
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male?
Hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere,
legate strette perché sembrassero intere.
Dormono, dormono sulla collina;
dormono, dormono sulla collina.
Dov'è Jones, il suonatore
che fu sorpreso dai suoi novant'anni
e con la vita avrebbe ancora giocato?
Lui che offrì la faccia al vento,
la gola al vino e mai un pensiero
non al denaro, non all'amore né al cielo?
Lui, sì, sembra di sentirlo
cianciare ancora delle porcate
mangiate in strada nelle ore sbagliate.
Sembra di sentirlo ancora
dire al mercante di liquore
"tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?".

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Matto (Dietro Ogni Scemo C'è Un Villaggio)
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza,
tra un villaggio che ride e te, lo scemo che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare,
per stupire mezz'ora basta un libro di storia,
io cercai d'imparare la Treccani a memoria,
e dopo "maiale", "Majakovskij", "malfatto",
continuarono gli altri fino a leggermi "matto".
E, senza sapere a chi dovessi la vita,
in un manicomio io l'ho restituita;
qui sulla collina dormo malvolentieri,
eppure c'è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole,
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita,
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina,
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia:
"una morte pietosa lo strappò alla pazzia".

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Giudice
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Cosa vuol dire avere
un metro e mezzo di statura?
Ve lo rivelan gli occhi
e le battute della gente,
o la curiosità
d'una ragazza irriverente
che vi avvicina solo
per un suo dubbio impertinente:
vuole scoprir se è vero
quanto si dice intorno ai nani,
che siano i più forniti
della virtù meno apparente,
fra tutte le virtù
la più indecente.
Passano gli anni, i mesi,
e, se li conti, anche i minuti,
è triste trovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo,
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore toppo,
troppo vicino al buco del culo.
Fu nelle notti insonni,
vegliate al lume del rancore,
che preparai gli esami,
diventai procuratore
per imboccar la strada
che dalle panche d'una cattedrale
porta alla sacrestia
quindi alla cattedra d'un tribunale,
giudice finalmente,
arbitro in terra del bene e del male.
E allora la mia statura
non dispensò più buonumore
a chi alla sbarra in piedi
mi diceva "Vostro Onore",
e di affidarli al boia
fu un piacere del tutto mio,
prima di genuflettermi
nell'ora dell'addio,
non conoscendo affatto
la statura di Dio.

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Blasfemo (Dietro Ogni Blasfemo C'è Un Giardino Incantato)
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore,
più non arrossii nel rubare l'amore,
dal momento che Inverno mi convinse che Dio
non sarebbe arrossito rubandomi il mio.
Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo,
non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte:
mi cercarono l'anima a forza di botte.
Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo,
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo,
nel giardino incantato lo costrinse a sognare,
a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male.
Quando vide che l'uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita,
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni.
Mi cercarono l'anima a forza di botte.
E se furon due guardie a fermarmi la vita,
è proprio qui sulla terra la mela proibita,
e non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato,
ci costringe a sognare in un giardino incantato;
ci costringe a sognare in un giardino incantato.

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Malato Di Cuore
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Cominciai a sognare anch'io insieme a loro,
poi l'anima d'improvviso prese il volo.
Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato;
e ti tieni la voglia e rimani a pensare:
"come diavolo fanno a riprendere fiato?".
Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d'un fiato,
ma a piccoli sorsi interrotti;
e mai poter bere alla coppa d'un fiato,
ma a piccoli sorsi interrotti.
Eppure un sorriso io l'ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate,
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.
Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora, no, non ricordo,
se fu troppo sgomento o troppo felice.
E il cuore impazzì e ora, no, non ricordo
da quale orizzonte sfumasse la luce.
E fra lo spettacolo dolce dell'erba,
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.
Ma che la baciai questo, sì, lo ricordo,
col cuore ormai sulle labbra;
ma che la baciai, per Dio, sì, lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.
E l'anima d'improvviso prese il volo,
ma non mi sento di sognare con loro;
no, non mi riesce di sognare con loro.

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Medico
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Da bambino volevo guarire i ciliegi
quando rossi di frutti li credevo feriti,
la salute per me li aveva lasciati
coi fiori di neve che avevan perduti.
Un sogno, fu un sogno ma non durò poco,
per questo giurai che avrei fatto il dottore
e non per un Dio, ma nemmeno per gioco:
perché i ciliegi tornassero in fiore;
perché i ciliegi tornassero in fiore.
E quando, dottore, lo fui finalmente
non volli tradire il bambino per l'uomo
e vennero in tanti e si chiamavano "gente",
ciliegi malati in ogni stagione.
E i colleghi, d'accordo, i colleghi contenti
nel leggermi in cuore tanta voglia d'amare,
mi spedirono il meglio dei loro clienti
con la diagnosi in faccia e per tutti era uguale:
ammalato di fame, incapace a pagare.
E allora capii, fui costretto a capire,
che fare il dottore è soltanto un mestiere,
che la scienza non puoi regalarla alla gente,
se non vuoi ammalarti dell'identico male,
se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.
E il sistema, sicuro, è pigliarti per fame,
nei tuoi figli, in tua moglie che ormai ti disprezza,
perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve,
l'etichetta diceva: elisir di giovinezza.
E un giudice, un giudice con la faccia da uomo
mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione,
inutile al mondo ed alle mie dita,
bollato per sempre "truffatore, imbroglione",
"dottor professor truffatore imbroglione".

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Chimico
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Solo la morte m'ha portato in collina,
un corpo fra i tanti a dar fosforo all'aria
per bivacchi di fuochi che dicono fatui,
che non lasciano cenere, non sciolgon la brina;
solo la morte m'ha portato in collina.
Da chimico, un giorno, avevo il potere
di sposar gli elementi e farli reagire,
ma gli uomini mai mi riuscì di capire
perché si combinassero attraverso l'amore,
affidando ad un gioco la gioia e il dolore.
Guardate il sorriso, guardate il colore,
come giocan sul viso di chi cerca l'amore;
ma lo stesso sorriso, lo stesso colore,
dove sono sul viso di chi ha avuto l'amore?
Dove sono sul viso di chi ha avuto l'amore?
Che strano andarsene senza soffrire,
senza un volto di donna da dover ricordare;
ma è forse diverso il vostro morire,
voi che uscite all'amore, che cedete all'aprile.
Cosa c'è di diverso nel vostro morire?
Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura,
ha le labbra di carne, i capelli di grano:
che paura, che voglia che ti prenda per mano;
che paura, che voglia che ti porti lontano.
Ma guardate l'idrogeno tacere nel mare,
guardate l'ossigeno al suo fianco dormire:
soltanto una legge che io riesco a capire
ha potuto sposarli senza farli scoppiare;
soltanto la legge che io riesco a capire.
Fui chimico e, no, non mi volli sposare:
non sapevo con chi e chi avrei generato;
son morto in un esperimento sbagliato,
proprio come gli idioti che muoion d'amore.
E qualcuno dirà che c'è un modo migliore.

TORNA AD INIZIO PAGINA

Un Ottico
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Daltonici, presbiti, mendicanti di vista,
il mercante di luce, il vostro oculista
ora vuole soltanto clienti speciali
che non sanno che farne di occhi normali.
Non più ottico, ma spacciatore di lenti
per improvvisare occhi contenti,
perché le pupille abituate a copiare
inventino i mondi sui quali guardare.
Seguite con me questi occhi sognare,
fuggire dall'orbita e non voler ritornare.
Vedo che salgo a rubare il sole
per non aver più notti,
perché non cada in reti di tramonti,
l'ho chiuso nei miei occhi,
e chi avrà freddo
lungo il mio sguardo si dovrà scaldare.
Vedo i fiumi dentro le mie vene,
cercano il loro mare,
rompono gli argini,
trovano cieli da fotografare.
Sangue che scorre senza fantasia
porta tumori di malinconia.
Vedo gendarmi pascolare,
donne chine sulla rugiada,
rosse le lingue al polline dei fiori
ma dov'è l'ape regina?
Forse è volata ai nidi dell'aurora,
forse è volata, forse più non vola.
Vedo gli amici ancora sulla strada,
loro non hanno fretta,
rubano ancora al sonno l'allegria,
all'alba un po' di notte;
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo.
Faremo gli occhiali così!
Faremo gli occhiali così!

TORNA AD INIZIO PAGINA

Il Suonatore Jones
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni:
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà: l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà: l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche,
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco,
e ricordi tanti,
e nemmeno un rimpianto.

TORNA AD INIZIO PAGINA