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20

Fabrizio De André - Album
1968: Tutti Morimmo A Stento

 

Cantico Dei Drogati
Primo Intermezzo
Leggenda Di Natale
Secondo Intermezzo
Ballata Degli Impiccati
Inverno
Girotondo
Terzo Intermezzo
Recitativo/Corale

Cantico Dei Drogati
(Testo: Fabrizio De André e Riccardo Mannerini; Musica: Fabrizio De André)
Ho licenziato Dio,
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore.
Le parole che dico
non han più forma nè accento,
si trasformano i suoni
in un sordo lamento,
mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco;
come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi?
Quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie?
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti,
che mi ridono dietro;
come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Perché non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati,
per queste ed altre sere?
E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole,
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore?
E soprattutto chi
e perché mi ha messo al mondo,
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota,
allora avrò il mio premio
come una buona nota;
mi citeràn di mònito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello
cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito,
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell'infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Tu che m'ascolti, insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.

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Primo Intermezzo
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Gli arcobaleni d'altri mondi
hanno colori che non so,
lungo i ruscelli d'altri mondi
nascono fiori che non ho.
Gli arcobaleni d'altri mondi
hanno colori che non so,
lungo i ruscelli d'altri mondi
nascono fiori che non ho.

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Leggenda Di Natale
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Parlavi alla luna, giocavi coi fiori,
avevi l'età che non porta dolori
e il vento era un mago, la rugiada una dea,
nel bosco incantato di ogni tua idea,
nel bosco incantato di ogni tua idea.
E venne l'inverno che uccide il colore
e un Babbo Natale che parlava d'amore
e d'oro e d'argento splendevano i doni,
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni,
ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.
Coprì le tue spalle d'argento e di lana,
di perle e smeraldi intrecciò una collana
e mentre, incantata, lo stavi a guardare,
dai piedi ai capelli ti volle baciare,
dai piedi ai capelli ti volle baciare.
E adesso che gli altri ti chiamano dea,
l'incanto è svanito da ogni tua idea,
ma ancora alla luna vorresti narrare
la storia d'un fiore appassito a Natale,
la storia d'un fiore appassito a Natale.

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Secondo Intermezzo
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Sopra le tombe d'altri mondi
nascono fiori che non so,
ma fra i capelli d'altri amori
muoiono fiori che non ho.
Sopra le tombe d'altri mondi
nascono fiori che non so,
ma fra i capelli d'altri amori
muoiono fiori che non ho.

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Ballata Degli Impiccati
(Testo: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André)
Tutti morimmo a stento
ingoiando l'ultima voce,
tirando calci al vento
vedemmo sfumar la luce.
L'urlo travolse il sole,
l'aria divenne stretta,
cristalli di parole,
l'ultima bestemmia detta.
Prima che fosse finita,
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un'ora.
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono,
recitando l'antico credo
di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
e l'estrema vergogna ed il modo,
soffocato da identica stretta,
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull'ossa
e riprese tranquillo il cammino,
giunga anch'egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria,
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l'odore del sangue rappreso,
ciò che allora chiamammo dolore
è soltanto un discorso sospeso.

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Inverno
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti,
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.
Ma tu che vai, ma tu rimani,
vedrai: la neve se ne andrà domani,
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un'altra estate.
Anche la luce sembra morire
nell'ombra incerta di un divenire,
dove anche l'alba diventa sera
e i volti sembrano teschi di cera.
Ma tu che vai, ma tu rimani,
anche la neve morirà domani,
l'amore ancora ci passerà vicino
nella stagione del biancospino.
La terra stanca sotto la neve
dorme il silenzio di un sonno greve,
l'inverno raccoglie la sua fatica
di mille secoli, da un'alba antica.
Ma tu che stai, perché rimani?
Un altro inverno tornerà domani,
cadrà altra neve a consolare i campi,
cadrà altra neve sui camposanti.

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Girotondo
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Se verrà la guerra, marcondirondèro,
se verrà la guerra, marcondirondà,
sul mare e sulla terra, marcondirondèra,
sul mare e sulla terra chi ci salverà?
Ci salverà il soldato che non la vorrà,
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.
La guerra e già scoppiata, marcondirondèro,
la guerra e già scoppiata, chi ci aiuterà?
Ci aiuterà il buon Dio, marcondirondèra,
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.
Buon Dio è già scappato, dove non si sa,
buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà.
L'areoplano vola, marcondirondèra
l'areoplano vola, marcondirondà.
Se getterà la bomba, marcondirondèro,
se getterà la bomba, chi ci salverà?
Ci salva l'aviatore che non lo farà,
ci salva l'aviatore che la bomba non getterà.
La bomba è già caduta, marcondirondèro,
la bomba è già caduta, chi la prenderà?
La prenderanno tutti, marcondirondèra,
sian belli o siano brutti marcondirondà.
Sian grandi o sian piccini li distruggerà,
sian furbi o sian cretini li fulminerà.
Ci sono troppe buche, marcondirondèra,
ci sono troppe buche, chi le riempirà?
Non potremo più giocare al marcondirondèra,
non potremo più giocare al marcondirondà.
E voi, a divertirvi, andate un po' più in là,
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.
La guerra e dappertutto, marcondirondèra,
la terra e tutta a lutto, chi la consolerà?
Ci penseran gli uomini, le bestie e i fiori,
i boschi e le stagioni con i mille colori.
Di gente, bestie e fiori no, non ce n'è più,
viventi siam rimasti noi e nulla più.
La terra è tutta nostra, marcondirondèra,
ne faremo una gran giostra, marcondirondà.
Abbiam tutta la terra, marcondirondèra,
giocheremo a far la guerra, marcondirondà.
La terra è una gran giostra, marcondirondèra,
faremo festa grossa, marcondirondà.
Abbiam tutta la guerra, marcondirondèra,
giocheremo a far la terra, marcondirondà.
Abbiam la terra nostra, marcondirondera,
per far la guerra grossa, marcondirondà...

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Terzo Intermezzo
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
La polvere, il sangue, le mosche, l'odore,
per strada e fra i campi la gente che muore.
E tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è,
e tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi perché.
L'autunno negli occhi, l'estate nel cuore,
la voglia di dare, l'istinto di avere.
E tu, tu lo chiami amore e non sai che cos'è,
e tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi perché.

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Recitativo/Corale (Due Invocazioni E Un Atto D'Accusa/Leggenda Del Re Infelice)
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati,
che di gloria toccaste gli apogei,
noi che invochiam pietà siamo i drogati.
Dell'inumano varcando il confine,
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambìto sogno mette fine,
che la pietà non vi sia di vergogna.
C'era un re
che aveva
due castelli,
uno d'argento, uno d'oro,
ma per lui
non il cuore
di un amico,
mai un amore nè felicità.

Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi ventri obesi e le mani sudate,
coi cuori a forma di salvadanai,
noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli,
che la pietà non vi rimanga in tasca.
Giudici eletti, uomini di legge,
noi che danziàm nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste, decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?
Un castello
lo donò
e cento e cento amici trovò,
l'altro poi
gli portò
mille amori,
ma non trovò
la felicità.

Uomini, cui pietà non convien sempre,
mal accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un dòmino che non avrà mai fine.
Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano,
finché non sia maturo per la falce.
Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso,
ma solo in te,
nel tuo cuore,
se tu avrai donato
solo per pietà.

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