Il Suonatore Jones
(Testo:
Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità,
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa.
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni:
era il mio cuore,
e allora perché coltivarla ancora,
come pensarla migliore.
Libertà: l'ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro,
a cielo ed amore,
protetta da un filo spinato.
Libertà: l'ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
per un fruscio di ragazze
a un ballo,
per un compagno ubriaco.
E poi se la gente sa,
e la gente lo sa che sai suonare,
suonare ti tocca
per tutta la vita
e ti piace lasciarti ascoltare.
Finì con i campi alle ortiche,
finì con un flauto spezzato
e un ridere rauco,
e ricordi tanti,
e nemmeno un rimpianto.
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Ottocento
(Testo e
Musica: Fabrizio De André e Mauro Pagani; Melodia finale: "Barcarole" di Peter Ilyich Tchaikovsky)
Cantami di questo tempo
l'astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l'odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti,
maschi, femmine e cantanti,
su un tappeto di contanti,
nel cielo blu.
Figlia, della famiglia
sei la meraviglia,
già matura e ancora pura
come la verdura di papà;
figlio, bello e audace,
bronzo di Versace,
figlio sempre più capace
di giocare in borsa,
di stuprare in corsa e tu,
moglie dalle larghe maglie,
dalle molte voglie,
esperta di anticaglie:
scatole d'argento ti regalerò.
Ottocento,
novecento
millecinquecento scatole d'argento
fine Settecento ti regalerò.
Quanti pezzi di ricambio,
quante meraviglie,
quanti articoli di scambio,
quante belle figlie da sposar,
e quante belle valvole e pistoni,
fegati e polmoni,
quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.
Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio:
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio?
Figlio, figlio,
unico sbaglio:
annegato come un coniglio,
per ferirmi, pugnalarmi nell'orgoglio;
a me, a me,
che ti trattavo come un figlio,
povero me,
domani andrà meglio.
Eine kleine Pinzimonie,
wünder Matrimonie,
Krauten und Erbeeren,
und Patellen und Arsellen
fischen Zanzibar;
und einige Krapfen
früher vor schlafen
und erwachen mit dem Walzer,
und die Alka-Seltzer für
dimenticar. (*)
Quanti pezzi di ricambio,
quante meraviglie,
quanti articoli di scambio,
quante belle figlie da giocar,
e quante belle valvole e pistoni,
fegati e polmoni,
quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.
"Eine
kleine Pinzimonie...": Un piccolo pinzimonio, splendido
matrimonio, cavoli e fragole, e patelle ed arselle pescate a
Zanzibar; e qualche krapfen prima di dormire ed un risveglio con
il valzer, e un Alka-Seltzer per dimenticar. (Traduzione dal
tedesco maccheronico).
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Andrea
(Testo e
Musica: Fabrizio De André e Massimo Bubola)
Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare;
Andrea s'è perso, s'è perso e non sa tornare.
Andrea aveva un amore: "Riccioli Neri";
Andrea aveva un dolore: "Riccioli Neri".
C'era scritto sul foglio che era morto, sulla bandiera;
c'era scritto e la firma era d'oro, era firma di re.
Ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia;
ucciso sui monti di Trento dalla mitraglia.
Occhi di bosco, contadino del Regno, profilo francese;
occhi di bosco, soldato del Regno, profilo francese.
E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore: la perla più rara;
e Andrea ha in bocca, ha in bocca un dolore: la perla più scura.
Andrea coglieva, raccoglieva violette ai bordi del pozzo;
Andrea gettava "Riccioli Neri" nel cerchio del pozzo.
Il secchio gli disse, gli disse: "Signore, il pozzo è
profondo;
più fondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto".
Lui disse "Mi basta, mi basta che sia più profondo di me";
lui disse "Mi basta, mi basta che sia più profondo di me".
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Verranno A Chiederti Del Nostro Amore
(Testo:
Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Quando, in anticipo sul tuo stupore,
verranno a chiederti del nostro amore,
a quella gente consumata nel farsi dar retta,
un amore così lungo,
tu, non darglielo in fretta;
non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole,
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore,
dopo l'amore così sicure
a rifugiarsi nei "sempre",
nell'ipocrisia dei "mai":
non son riuscito a cambiarti,
non mi hai cambiato, lo sai?
E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pensarmi già vecchio,
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi;
digli pure che il potere io l'ho scagliato dalle mani,
dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni,
per ritornare dopo l'amore
alle carezze dell'amore,
era facile ormai:
non sei riuscita a cambiarmi,
non ti ho cambiata, lo sai?
Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre,
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre,
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro,
i tuoi occhi assunti da tre anni,
i tuoi occhi per loro;
ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei,
proprio identici ai tuoi:
sono riusciti a cambiarci,
ci son riusciti, lo sai?
Ma senza che gli altri ne sappiano niente,
dimmi, senza un programma, dimmi come ci si sente,
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito,
farai l'amore per amore
o per avercelo garantito;
andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro,
senza chiederti come mai,
continuerai a farti scegliere,
o finalmente sceglierai?
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Canzone Per L'Estate
(Testo e
Musica: Fabrizio De André e Francesco De Gregori)
Con tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva,
con tua figlia che provava il suo vestito nuovo e sorrideva,
con la radio che ronzava
per il mondo cose strane
e il respiro del tuo cane che dormiva.
Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane,
con il tuo bambino biondo a cui hai donato una pistola per Natale
che sembra vera,
con il letto in cui tua moglie
non ti ha mai saputo dare
e gli occhiali che tra un po' dovrai cambiare.
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla
gente,
con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente,
la tua coda di ricambio,
le tue nuvole in affitto,
le tue rondini di guardia sopra il tetto.
Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza,
col tuo ossigeno purgato e le tue onde regolate in una stanza,
col permesso di trasmettere
e il divieto di parlare
e ogni giorno un altro giorno da contare.
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Con i tuoi entusiasmi lenti precisati da ricordi stagionali
e una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le
regali,
con il tuo collezionismo
di parole complicate,
la tua ultima canzone per l'estate.
Con le tue mani di carta per avvolgere altre mani normali,
con l'idiota in giardino ad isolare le tue rose migliori,
col tuo freddo di montagna
e il divieto di sudare
e più niente per poterti vergognare.
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
Com'è che non riesci più a volare?
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Hotel Supramonte
(Testo
e Musica: Fabrizio De André e Massimo Bubola)
E se vai all'Hotel Supramonte e guardi il cielo,
tu vedrai una donna in fiamme e un uomo solo
e una lettera vera di notte, falsa di giorno
e poi scuse e accuse e scuse senza ritorno.
E ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta,
col tuo ordine discreto dentro il cuore.
Ma dove, dov'è il tuo amore? Ma dove è finito il tuo amore?
Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile,
grazie a te ho una barca da scrivere, ho un treno da perdere
e un invito all'Hotel Supramonte dove ho visto la neve,
sul tuo corpo così dolce di fame, così dolce di sete.
Passerà anche questa stazione senza far male,
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
Ma dove, dov'è il tuo cuore? Ma dove è finito il tuo cuore?
E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome,
ora il tempo è un signore distratto, è un bambino che dorme;
ma se ti svegli e hai ancora paura, ridammi la mano,
cosa importa se sono caduto, se sono lontano?
Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole,
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole.
Ma dove, dov'è il tuo amore? Ma dove è finito il tuo amore?
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Don Raffae'
(Testo:
Fabrizio De André e Massimo Bubola; Musica: Fabrizio De André e Mauro Pagani)
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son bbrigadiero del carcere, ohinè,
io mi chiamo Cafiero Pasquale
e sto a Poggio Reale dal cinquantatrè;
e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio,
per fortuna ch'al braccio speciale
c'è un uomo geniale che parla co' me.
Tutto il giorno con quattro infamoni,
briganti, papponi, cornuti e lacchè,
tutte l'ore co' 'sta fetenzìa
che sputa, minaccia e sa 'a piglia co' me,
ma alla fine m'assetto papale,
mi sbottono e mi leggo 'o giornale,
mi consiglio con Don Raffae',
mi spiega che penso e bevimm'o' cafè.
Ah, che bell'o' cafè,
pure in carcere 'o sanno fa',
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella,
compagno di cella,
ci ha dato mammà.
Prima pagina: venti notizie,
ventun ingiustizie e lo Stato che fa?
Si costerna, s'indigna, s'impegna,
poi getta la spugna con gran dignità;
mi scervello e m'asciugo la fronte,
per fortuna c'è chi mi risponde,
a quell'uomo sceltissimo e immenso
io chiedo consenso a Don Raffae'.
Un galantuomo che tiene sei figli,
ha chiesto una casa e ci danno consigli,
mentre 'o assessore, che Dio lo perdoni,
'ndrento a 'e roullotte ci alleva i visoni;
voi vi basta una mossa, una voce,
ch'a 'sto Cristo ci lèvan 'a croce,
con rispetto s'è fatto le tre:
volìte 'a spremuta o volìte 'o cafè?
Ah, che bell'o' cafè,
pure in carcere 'o sanno fa',
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella,
compagno di cella,
ci ha dato mammà.
Ah, che bell'o' cafè,
pure in carcere 'o sanno fa',
co' 'a ricetta di Ciccirinella,
compagno di cella,
precisa a mammà.
'Ccà ci sta l'inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l'ha chi ce l'ha,
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno 'a papà:
aggiungete mia figlia Innocenza,
vuo' marito e non tiene pazienza,
non vi chiedo la grazia pe' mme,
vi faccio la barba o la fate da sè?
Voi tenete un cappotto cammello
ch'al maxi-processo eravate 'o cchiù bbello,
un vestito gessato marrone,
così cc'è sembrato alla televisione:
pe' 'ste nozze, vi prego Eccellenza,
m'ii prestasse pe' fare presenza,
io già tengo le scarpe e 'o gillè,
gradite 'o Campari o volìte 'o cafè?
Ah, che bell'o' cafè,
pure in carcere 'o sanno fa',
co' 'a ricetta ch'a Ciccirinella,
compagno di cella,
ci ha dato mammà.
Ah, che bell'o' cafè,
pure in carcere 'o sanno fa',
co' 'a ricetta di Ciccirinella,
compagno di cella,
precisa a mammà.
Qui non c'è più decoro, le carceri d'oro
ma chi l'ha mai viste chissà:
chiste so' fatiscenti e pe' chisto i fetienti
se tengono l'immunità;
Don Raffaè, voi politicamente,
io ve lo giuro sarebbe 'nu santo,
ma 'ca ddìnto voi state a pagà
e fori chiss'atre se stanno a spassà.
A proposito tengo 'nu frate
che da quindici anni sta disoccupato
e s'è fatto cinquanta concorsi,
novanta domande e duecento ricorsi;
voi che date conforto e lavoro,
Eminenza vi bacio e v'imploro:
chille duorme co' mamma e co' me,
che crema d'Arabia ch'è chisto cafè!
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Amore Che Vieni, Amore Che Vai
(Testo e Musica: Fabrizio De André)
Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai;
un giorno qualunque ti ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.
E tu che con gli occhi d'un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore,
fra un mese, fra un anno scordate le avrai,
amore che vieni da me fuggirai;
fra un mese fra un anno scordate le avrai,
amore che vieni da me fuggirai.
Venuto dal sole o da spiagge gelate,
perduto in novembre o col vento d'estate,
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai,
amore che vieni, amore che vai;
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai,
amore che vieni, amore che vai.
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Suzanne
(Testo
italiano: Fabrizio De André; Testo e Musica originali: Leonard Cohen, "Suzanne")
Nel suo posto in riva al fiume
Suzanne ti ha voluto accanto
e ora ascolti andar le barche,
ora puoi dormirle al fianco;
sì lo sai che lei è pazza
ma per questo sei con lei
e ti offre il tè e le arance
che ha portato dalla Cina
e, proprio mentre stai per dirle
che non hai amore da offrirle,
lei è già sulla tua onda
e fa che il fiume ti risponda
che da sempre siete amanti.
E tu vuoi viaggiarle insieme,
vuoi viaggiarle insieme ciecamente
perché sai che le hai toccato il corpo,
il suo corpo perfetto con la mente.
E Gesù fu un marinaio
finchè camminò sull'acqua
e restò per molto tempo
a guardare solitario
dalla sua torre di legno
e poi, quando fu sicuro
che soltanto agli annegati
fosse dato di vederlo, disse
"Siate marinai finchè il mare vi libererà".
E lui stesso fu spezzato,
ma più umano abbandonato
nella nostra mente lui non naufragò.
E tu vuoi viaggiargli insieme,
vuoi viaggiargli insieme ciecamente,
forse avrai fiducia in lui
perché ti ha toccato il corpo con la mente.
E Suzanne ti dà la mano,
ti accompagna lungo il fiume,
porta addosso stracci e piume
presi in qualche dormitorio;
il sole scende come miele
su di lei, donna del porto,
che ti indica i colori
fra la spazzatura e i fiori,
scopri eroi fra le alghe marce
e bambini nel mattino
che si sporgono all'amore
e così faranno sempre,
e Suzanne regge lo specchio.
E tu vuoi viaggiarle insieme,
vuoi viaggiarle insieme ciecamente
perché sai che ti ha toccato il corpo,
il tuo corpo perfetto con la mente.
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La Ballata Del Miche'
(Testo e
Musica: Fabrizio De André)
Quando hanno aperto la cella
era già tardi perché
con una corda sul collo
freddo pendeva Michè.
Tutte le volte che un gallo
sento cantar penserò
a quella notte in prigione
quando Michè s'impiccò.
Stanotte Michè
s'è impiccato ad un chiodo perché
non voleva restare vent'anni in prigione
lontano da te.
Nel buio Michè
se n'è andato sapendo che a te
non poteva mai dire che aveva ammazzato
perché amava te.
Io so che Michè
ha voluto morire perché
ti restasse il ricordo del bene profondo
che aveva per te.
Vent'anni gli avevano dato,
la corte decise così
perché un giorno aveva ammazzato
chi voleva rubargli Marì.
Lo avevan perciò condannato,
vent'anni in prigione a marcir,
però adesso che lui s'è impiccato
la porta gli devono aprir.
Se pure Michè
non ti ha scritto spiegando perché
se n'è andato dal mondo, tu sai che l'ha fatto
soltanto per te.
Domani alle tre
nella fossa comune cadrà
senza il prete e la messa perché di un suicida
non hanno pietà.
Domani alle tre
nella terra bagnata sarà
e qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà;
e qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà.
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Canzone Del Maggio
(Testo:
Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio; Musica: Fabrizio De André e Nicola Piovani)
Anche se il nostro maggio
ha fatto a meno del vostro coraggio,
se la paura di guardare
vi ha fatto chinare il mento,
se il fuoco ha risparmiato
le vostre Millecento,
anche se voi vi credete assolti,
siete lo stesso coinvolti.
E se vi siete detti
"non sta succedendo niente,
le fabbriche riapriranno,
arresteranno qualche studente",
convinti che fosse un gioco
a cui avremmo giocato poco,
provate pure a credervi assolti:
siete lo stesso coinvolti.
Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso,
la notte che le "pantere"
ci mordevano il sedere,
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiede,
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte, voi, c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate,
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le verità della televisione,
anche se allora vi siete assolti,
siete lo stesso coinvolti.
E se credete ora
che tutto sia come prima
perché avete votato ancora
la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare
la paura di cambiare,
verremo ancora alle vostre porte
e grideremo ancora più forte:
per quanto voi vi crediate assolti,
siete per sempre coinvolti;
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.
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La Guerra Di Piero
(Testo e
Musica: Fabrizio De André)
Dormi sepolto in un campo di grano,
non è la rosa, non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi,
ma sono mille papaveri rossi.
"Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati,
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente".
Così dicevi ed era d'inverno
e come gli altri verso l'inferno
te ne vai triste come chi deve,
il vento ti sputa in faccia la neve.
Fermati, Piero, fermati adesso,
lascia che il vento ti passi un po' addosso,
dei morti in battaglia ti porti la voce,
chi diede la vita ebbe in cambio una croce.
Ma tu non lo udisti e il tempo passava,
con le stagioni a passo di "giava"
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera.
E, mentre marciavi con l'anima in spalle,
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore.
Sparagli, Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue,
cadere in terra a coprire il suo sangue.
"E se gli sparo in fronte o nel cuore,
soltanto il tempo avrà per morire,
ma il tempo a me resterà per vedere,
vedere gli occhi di un uomo che muore".
E mentre gli usi questa premura,
quello si volta, ti vede, ha paura
ed imbracciata l'artiglieria,
non ti ricambia la cortesia.
Cadesti a terra, senza un lamento,
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chieder perdono per ogni peccato.
Cadesti a terra, senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato ritorno.
Ninetta mia, crepare di maggio,
ci vuole tanto troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all'inferno
avrei preferito andarci in inverno.
E, mentre il grano ti stava a sentire,
dentro le mani stringevi il fucile,
dentro la bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole.
Dormi sepolto in un campo di grano,
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall'ombra dei fossi,
ma sono mille papaveri rossi.
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Girotondo
(Testo e
Musica: Fabrizio De André)
Se verrà la guerra, marcondirondèro,
se verrà la guerra, marcondirondà,
sul mare e sulla terra, marcondirondèra,
sul mare e sulla terra chi ci salverà?
Ci salverà il soldato che non la vorrà,
ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà.
La guerra e già scoppiata, marcondirondèro,
la guerra e già scoppiata, chi ci aiuterà?
Ci aiuterà il buon Dio, marcondirondèra,
ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.
Buon Dio è già scappato, dove non si sa,
buon Dio se n'è andato, chissà quando ritornerà.
L'areoplano vola, marcondirondèra
l'areoplano vola, marcondirondà.
Se getterà la bomba, marcondirondèro,
se getterà la bomba, chi ci salverà?
Ci salva l'aviatore che non lo farà,
ci salva l'aviatore che la bomba non getterà.
La bomba è già caduta, marcondirondèro,
la bomba è già caduta, chi la prenderà?
La prenderanno tutti, marcondirondèra,
sian belli o siano brutti marcondirondà.
Sian grandi o sian piccini li distruggerà,
sian furbi o sian cretini li fulminerà.
Ci sono troppe buche, marcondirondèra,
ci sono troppe buche, chi le riempirà?
Non potremo più giocare al marcondirondèra,
non potremo più giocare al marcondirondà.
E voi, a divertirvi, andate un po' più in là,
andate a divertirvi dove la guerra non ci sarà.
La guerra e dappertutto, marcondirondèra,
la terra e tutta a lutto, chi la consolerà?
Ci penseran gli uomini, le bestie e i fiori,
i boschi e le stagioni con i mille colori.
Di gente, bestie e fiori no, non ce n'è più,
viventi siam rimasti noi e nulla più.
La terra è tutta nostra, marcondirondèra,
ne faremo una gran giostra, marcondirondà.
Abbiam tutta la terra, marcondirondèra,
giocheremo a far la guerra, marcondirondà.
La terra è una gran giostra, marcondirondèra,
faremo festa grossa, marcondirondà.
Abbiam tutta la guerra, marcondirondèra,
giocheremo a far la terra, marcondirondà.
Abbiam la terra nostra, marcondirondera,
per far la guerra grossa, marcondirondà...
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Anime Salve
(Testo
e Musica: Fabrizio De André e Ivano Fossati; cantata a due voci con Ivano Fossati)
Mille anni al mondo, mille ancora:
che bell'inganno sei, anima mia,
e che bello il mio tempo, che bella compagnia.
Sono giorni di finestre adornate,
canti di stagione,
anime salve in terra e in mare.
Sono state giornate furibonde,
senza atti d'amore,
senza calma di vento,
solo passaggi e passaggi,
passaggi di tempo.
Ore infinite come costellazioni e onde,
spietate come gli occhi della memoria,
altra memoria e non basta ancora,
cose svanite, facce, e poi il futuro.
I futuri incontri di belle amanti scellerate
saranno scontri,
saranno cacce coi cani e coi cinghiali,
saranno rincorse, morsi e affanni per mille anni.
Mille anni al mondo, mille ancora:
che bell'inganno sei, anima mia,
e che grande il mio tempo, che bella compagnia.
Mi sono spiato illudermi e fallire,
abortire i figli come i sogni,
mi sono guardato piangere in uno specchio di neve,
mi sono visto che ridevo,
mi sono visto di spalle che partivo.
Ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo.
Mille anni al mondo, mille ancora:
che bell'inganno sei, anima mia,
e che grande questo tempo, che solitudine
che bella compagnia.
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