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Fabrizio De André - 45 Giri
1963: Il Fannullone

 

Il Fannullone
Carlo Martello

Il Fannullone
(Testo: Fabrizio De André e Paolo Villaggio; Musica: Fabrizio De André)
Senza pretesa di voler strafare,
io dormo al giorno quattordici ore,
anche per questo nel mio rione
godo la fama di fannullone;
ma non si sdegni la brava gente,
se nella vita non riesco a far niente.
Tu vaghi per le strade quasi tutta la notte,
sognando mille favole di gloria e di vendette,
racconti le tue storie a pochi uomini ormai stanchi
che ridono fissandoti con vuoti sguardi bianchi;
tu reciti una parte fastidiosa alla gente,
facendo della vita una commedia divertente.
Ho anche provato a lavorare,
senza risparmio mi diedi da fare,
ma il sol risultato dell'esperimento
fu della fame un tragico aumento;
non si risenta la gente per bene
se non mi adatto a portar le catene.
Ti diedero lavoro in un grande ristorante,
a lavare gli avanzi della gente elegante,
ma tu dicevi "il cielo è la mia unica fortuna
e l'acqua dei piatti non rispecchia la luna";
tornasti a cantar storie lungo strade di notte,
sfidando il buon umore delle tue scarpe rotte.
Non sono poi quel cagnaccio malvagio,
senza morale, straccione e randagio,
che si accontenta di un osso bucato
con affettuoso disprezzo gettato;
al fannullone sa battere il cuore,
il cane randagio ha trovato il suo amore.
Pensasti al matrimonio come al giro di una danza,
amasti la tua donna come un giorno di vacanza,
hai preso la tua casa per rifugio alla tua fiacca,
per un attaccapanni a cui appendere la giacca;
e la tua dolce sposa consolò la sua tristezza,
cercando tra la gente chi le offrisse tenerezza.
È andata via senza fare rumore,
forse cantando una storia d'amore,
la raccontava ad un mondo ormai stanco
che camminava distratto al suo fianco;
lei tornerà in una notte d'estate,
l'applaudiranno le stelle incantate,
rischiareranno dall'alto i lampioni,
la strana danza di due fannulloni,
la luna avrà dell'argento il colore
sopra la schiena dei gatti in amore.

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Carlo Martello (Ritorna Dalla Battaglia Di Poitiers)
(Testo: Fabrizio De André e Paolo Villaggio; Musica: Fabrizio De André)
Re Carlo tornava dalla guerra,
lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor;
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura del sire vincitor.
Il sangue del Principe e del Moro
arrossano il cimiero d'identico color,
ma più che del corpo le ferite,
da Carlo son sentite le bramosie d'amor.
"Se ansia di gloria, sete d'onore
spegne la guerra al vincitore,
non ti concede un momento per fare all'amore;
chi poi impone alla sposa soave
di castità la cintura, ahimè grave,
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave".
Così si lamenta il Re cristiano,
s'inchina intorno il grano, gli son corona i fior,
lo specchio di chiara fontanella
riflette fiero in sella dei Mori il vincitor.
Quand'ecco nell'acqua si compone,
mirabile visione, il simbolo d'amor;
nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde, ignudo in pieno sol.
"Mai non fu vista cosa più bella,
mai io non colsi siffatta pulzella",
disse Re Carlo scendendo veloce di sella.
"Deh, cavaliere, non v'accostate,
già d'altri è gaudio quel che cercate,
ad altra più facile fonte la sete calmate".
Sorpreso da un dire sì deciso,
sentendosi deriso, Re Carlo s'arrestò,
ma più dell'onor potè il digiuno,
fremente, l'elmo bruno, il sire si levò.
Codesta era l'arma sua segreta,
da Carlo spesso usata in gran difficoltà;
alla donna apparve un gran nasone,
un volto da caprone, ma era Sua Maestà.
"Se voi non foste il mio sovrano",
Carlo si sfila il pesante spadone,
"non celerei il disìo di fuggirvi lontano;
ma poiché siete il mio signore",
Carlo si toglie l'intero gabbione,
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore".
Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente d'onor si ricoprì
e giunto alla fin della tenzone,
incerto sull'arcione, tentò di risalir.
Veloce lo arpiona la pulzella,
repente, una parcella presenta al suo signor,
"Deh, proprio perché voi siete il Sire,
fan 'zinque' mila lire, è un prezzo di favor".
"E' mai possibile, o porco di un cane,
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane?
Anche sul prezzo c'è poi da ridire,
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire".
Ciò detto, agì da gran cialtrone,
con balzo da leone in sella si lanciò,
frustando il cavallo come un ciuco,
fra i glicini e il sambuco il Re si dileguò.
Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor;
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura del sire vincitor.

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